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11 SETTEMBRE: VENT’ANNI DOPO

«Nella foresta con gli indios: noi, gli ultimi a saperlo...»

«Fuori dal mondo» sul fiume Chagres con gli Emberà. «Per quella giornata mi sono sempre sentito in colpa»

Fabio Guerreschi

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fguerreschi@laprovinciacr.it

11 Settembre 2021 - 14:26

«Nella foresta con gli indios: noi, gli ultimi a saperlo...»

TORRE DE' PICENARDI - Ho sempre avuto un profondo senso di colpa nel ripensare all’11 settembre 2001. Il mondo sprofondava nel terrore, nel dolore e nell’incubo del terrorismo e io stavo vivendo una delle giornate più belle della mia vita. E forse siamo stati tra gli ultimi gruppi umani a sapere cos’era successo negli Stati Uniti.

Ero a Panama, quel giorno, con i miei compagni di viaggio. C’era in programma di passare l’intera giornata con gli indios Emberà — una delle sette tribù di nativi del Paese — che solo tre anni prima si erano aperti al turismo, grazie a un accordo con il Governo. La regola era di accogliere piccoli gruppi di turisti e per un giorno farli vivere con loro.

La partenza da Panama City alle 4 del mattino, prima dell’alba, in autobus, 50 chilometri circa di strade sempre più strette che si addentravano sempre di più nella foresta equatoriale. L’arrivo sul fiume Chagres dove ad aspettarci c’erano due piroghe e due Emberà ad attenderci per la risalita di almeno un’ora del fiume. E dal quel momento le comunicazioni con il resto del mondo si interrompevano.

Finalmente ecco il villaggio sulla riva del fiume, le case sparse in mezzo alla foresta — l’appendice settentrionale di quella colombiana — e la grande capanna in mezzo a una radura, luogo di attività comuni, incontri e riunioni della tribù.
Il mondo era sull’orlo di una guerra e noi eravamo accolti dai bambini che con il sorriso ci prendevano la mano per accompagnarci in mezzo al villaggio, nella grande capanna senza porte, solo un tetto di paglia e tre pareti.

Un incontro per me affascinante — da sempre sono attratto da questi popoli — e che era la realizzazione di un sogno. E dopo i saluti — gli Emberà parlavano un po’ di inglese e un po’ di spagnolo —, piano piano entravamo nel vivo della giornata e nella loro vita quotidiana. La danza per accoglierci era accompagnata da flauti e tamburi. Ci spiegarono che i bimbi andavano regolarmente a scuola, che il fiume per loro era tutto e che vivevano soprattutto di pesca, un po’ di agricoltura e qualche gallina. Al resto pensava la foresta, come un grande supermercato da cui si poteva prendere quello che si aveva bisogno. Ci accompagnarono ancora più all’interno per farci fare il bagno in un vasca naturale, alimentata da una cascata, ci offrirono il pranzo a base di pollo fritto («Volevamo offrirvi del pesce, ma oggi il fiume è torbido e il pesce sa di fango» ci avevano detto quasi dispiaciuti) e alla fine ci chiesero se volevamo comprare qualche oggetto del loro artigianato, fatto prevalentemente da ceste, collane e bracciali.

Non sapevamo ancora che l’atmosfera che avevamo respirato per tutto il giorno, grazie agli Emberà, di serenità, gentilezza, mitezza e di senso di unione con la natura circostante, si sarebbe presto scontrata con la violenza, il dolore e il fanatismo del resto del mondo. L’attimo in cui tutto crollò fu il ritorno al bus, quando l’autista ci venne incontro e, concitatissimo, ci raccontò cosa aveva vissuto il mondo quel giorno. L’avevano colpito al cuore.

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