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Natale in Italia: Sardegna

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11 Dicembre 2017 - 16:26

Natale in Italia: Sardegna

La tradizione natalizia si lega a diversi aspetti, siano essi gastronomici, familiari, religiosi o magici. Il Natale era l’evento da trascorrere in famiglia, ideale per consolidarne la coesione, considerato che per molti mesi all’anno essa viveva disgregata, a causa delle necessità lavorative agro pastorali del capo famiglia, spesso lontano per mesi dalla sua casa, dalla moglie e dai figli. Secondo le consuetudini del passato il momento cardine, che sanciva la ricomposizione di ciascun nucleo familiare e la ripresa dei contatti con gli amici, era proprio la notte della Vigilia di Natale, definita dalla tradizione campidanese “Sa nott’è xena”. Notte calda, non solo per il tepore del camino ma soprattutto per il calore dello stare insieme, uniti, che faceva della sera e della notte del 24 dicembre, un momento magico unico. Notte che vedeva le diverse famiglie riunite al caldo tepore del focolare domestico, in casa del più anziano componente del gruppo di parentela.
Una delle consuetudini era quella di imbiancare, prima della vigilia del Natale, le parti del camino annerite dagli innumerevoli fuochi. all’interno veniva sistemato un grosso ceppo di legno, appositamente tagliato e conservato per l’occasione, denominato: “su truncu de xena o cotzi(n)a de xena”, che doveva restare acceso per tutto il periodo festivo.  Il ceppo doveva essere acceso la vigilia della notte di Natale e aveva lo scopo di scaldare il Bambin Gesù. Bruciava fino all’alba ma si doveva aver cura che non venisse consumato interamente dato che ogni giorno lo si doveva riaccendere fino almeno all’Epifania. La tradizione vuole che queste attenzioni avrebbero portato fortuna alla famiglia.
Proprio accanto a quel fuoco speciale, la famiglia consumava un’abbondante cena, a base di porchetto , agnello o capretto arrosto, di frattaglie (sa tratalia e sa corda), oltre a formaggio e salsicce secche, ottenute dal maiale allevato in casa e macellato anzitempo. La solidarietà nella civiltà contadina non mancava neanche in tempi difficili come quelli della Sardegna di fine Ottocento e della prima metà del secolo scorso. La Comunità, nei giorni precedenti eventi così importanti, mostrava grande disponibilità: era d’uso, da parte delle famiglie abbienti, inviare alle famiglie più povere (dove magari il capo famiglia aveva lavorato al suo servizio) pane, carne, formaggio e dolci (sa mandada), in modo che tutti potessero vivere il Natale festeggiando con un pasto più ricco e abbondante del normale, dove solitamente la carne era una pietanza eccezionale, riservata a pochi giorni all’anno, come Natale, Pasqua o altre ricorrenze eccezionali, come la festa del Patrono, battesimi, cresime e matrimoni.
Il divertimento familiare si fondava sui racconti degli anziani e sui giochi semplici collettivi. Riuniti tutti intorno al camino, erano gli anziani i protagonisti dei racconti e delle favole che tanto incantavano i bambini. Da “Maria Puntaoru” (nota in alcuni paesi del Campidano, che avrebbe tastato il ventre dei bambini durante il sonno e se questo fosse risultato vuoto, la strega avrebbe infilzato la loro pancia con uno spiedo appuntito), a “Palpaeccia” (in altri paesi dell’interno), che avrebbe messo sul loro stomaco una grossa pietra per schiacciarlo, se non avessero mangiato quanto necessario. I racconti degli anziani parlavano di fantasmi, di forzieri pieni di monete d’oro e di ricchezze sognate…da adulti e bambini. C'erano anche i giochi di società , quali ad esempio “su barrallicu”, una trottola a più facce sulle quali potevano essere incise quattro diverse lettere. Se la trottola fermandosi avesse indicato una T (tottu), il giocatore avrebbe preso tutto il piatto, ma poteva anche fermarsi su una M (mesu o metadi) e in quel caso si sarebbe vinta la metà. La N invece indicava nudda, ossia nulla e la P era la casella più sfortunata, dato che stava ad indicare poni, ossia metti, con la posta costituita da mandorle, noci, o castagne; oppure la classica “sa tombula”, la tombola, con vincite sempre in natura; i più grandi giocavano a carte, come scopa o sette e mezzo.
I rintocchi delle campane annunciavano la Messa d mezzanotte, denominata ”Sa Miss’è Puddu”, ovvero la “messa del primo canto del gallo”, il cui termine, secondo gli studiosi, è di probabile derivazione catalana, poiché tra le tradizioni di Catalogna ricorre la cosiddetta “Missa del Gall”, era molto partecipata. La Chiesa veniva addobbata a festa per sancire la solennità dell’evento della “Natività". A parte un chiacchiericcio di sottofondo, giustificato dal ritrovo di tutto il paese in chiesa, i ragazzi erano soliti lanciare bucce di noci o di mandarini verso le ragazze più graziose per attirarne l’attenzione e pare che non fosse così raro assistere a manifestazioni di gioia ben più pericolose. Per quanto fosse vietato esplicitamente sembra che fosse pratica comune quella di sparare all’interno della chiesa e soprattutto all’esterno.
La partecipazione a questa Messa di Natale costituiva anche un’importante occasione, per le donne in attesa di un figlio, per compiere alcune pratiche magico-religiose, di natura esorcistica, necessarie a tutelare la nascita del loro bambino. La maggior parte delle donne infatti era convinta che se non avessero ascoltato la messa di mezzanotte, il nascituro sarebbe potuto nascere deforme, dall'aspetto di uccello nero.
La tradizione vuole che esattamente fra Natale ed Epifania le donne che conoscevano l’arte della divinazione e della cura, dei brebus e della medicina dell’occhio ("bruxas” o “deinas”), esattamente in questo periodo passassero i propri segreti alle future praticanti, a patto che percepissero l’approssimarsi della morte. Si era inoltre convinti che chiunque fosse nato la notte di Natale avrebbe avuto la possibilità di salvaguardare dalle disgrazie almeno sette case del vicinato (numero di chiara derivazione magica) e che durante la sua vita non avrebbe potuto perdere ne denti ne capelli. Addirittura si riteneva che la persona in questione una volta morta avrebbe mantenuto incorrotto il proprio corpo. A esemplificazione della credenza il detto che recita più o meno così: “chini nascidi sa nott’è xena non purdiada asut’e terra”. (Chi nasce la notte della vigilia di Natale non può marcire sotto terra).
Il cibo. Pani speciali venivano preparati, decorati e regalati specie ai più giovani. Era raro che in questo periodo il dono dovesse essere richiesto, era invece più comune che i ragazzini ricevessero un dono spontaneo da parte degli adulti. In Ogliastra ad esempio veniva donato un bellissimo pane a forma di cuore, di giglio, di stella, di pesce o di uccello; addirittura si poteva ricevere un pane a forma di neonato, su accèddhu, il bambinello appunto. Il pane era lavorato minuziosamente, con una ossessiva dovizia di particolari, ad attestare l’importanza del periodo e della festa che si celebrava. Su accèddhu veniva raffigurato con tanto di capelli, sesso e cordoncino legato intorno alla vita, ad indicarne l’incredibile povertà. In Gallura invece si era soliti donare la franka e lu kubòni, la bambola ed il corvo , l’una alle bambine, l’altro ai maschietti. A Thiesi la sera della vigilia di Natale erano i bambini più poveri a chiedere, presso le case di chi stava meglio, del pane. Lo si faceva recitando una breve filastrocca, che augurava tutto il bene possibile a chi avesse donato il pane conosciuto con il nome di su bakkìddhu, che possedeva la caratteristica forma del bastone pastorale. Più spesso questo pane veniva richiesto e donato durante i festeggiamenti del primo dell’anno e dell’Epifania. In località di Orotelli ad essere donato per Natale, a grandi e ragazzi era su pan ‘e paska, mentre ad Olmedo si confezionava un caratteristico presepe interamente realizzato con il pane. Dolci tipici del periodo erano invece le papassine, piccole pagnottine dolci realizzate utilizzando farina, sapa, uva passa, noci, nocciole e mandorle.
Sulle tavole sarde quindi troveranno posto:
- Salumi, salsicce e olive con finocchio selvatico;
- Culigones de casu (ravioli ripieni di pecorino fresco, bietola, noce moscata e zafferano) conditi con sugo di pomodoro e pecorino grattugiato;
- Gnocchetti al ragù d’agnello;
- Agnello o capretto arrosto con verdure;
- Gueffus (panini lievitati con noci, pinoli e cannella assieme a mosto zuccherino) con patate;
- Come dolce le pabassinas (noci e mandorle tritate, uvetta, buccia d'arancia, semi di anice e sapa, mosto cotto).

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