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CASO CERVI

Ucciso dall’amianto, Comune condannato

Oltre 300 mila euro alle figlie dell’operaio della Centrale del latte. Era esposto due volte all’anno

La Provincia Redazione

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29 Aprile 2022 - 21:37

Ucciso dall’amianto, Comune condannato

L’avvocato Ezio Bonanni

CREMONA - Proprio oggi, nel pieno dei giorni dedicati al lavoro e a chi sul lavoro è morto, è stata confermata dalla Cassazione, dopo alterni verdetti, la condanna — come responsabile civile — del Comune di Cremona per la morte dovuta all’esposizione all’amianto di un operaio della Centrale alimentare del latte, società partecipata chiusa alla fine degli anni Ottanta.

Ottorino Cervi, la vittima, morto nel 2004 per mesotelioma pleurico maligno, dopo aver lavorato dal 1947 al 1981 come caldaista. Era esposto all’amianto due volte l’anno, per effettuare sostituzioni di guarnizioni alla caldaia. Ed è questa la particolarità del caso, che si occupa di esposizione non continuativa. È la prima volta che viene riconosciuta la responsabilità di una amministrazione comunale nell’ambito di un procedimento giudiziario per morte dovuta all’inalazione delle fibre di amianto. Ora le figlie di Ottorino Cervi, Oriana e Laura, che difese dall’avvocato Ezio Bonanni (presidente dell’Osservatorio nazionale sull’amianto) non si sono arrese dopo aver perso in primo grado, hanno definitivamente diritto a ricevere ciascuna circa 166 mila euro e interessi per la perdita del padre.

Con la decisione - verdetto 13512 depositato dalla Terza sezione civile della Cassazione - gli ermellini hanno condiviso quanto accertato dalla Corte di Appello di Brescia con la sentenza che nel 2019 ha accolto il ricorso delle due figlie di Ottorino Cervi ritenendo «provata l’esposizione all’amianto di Cervi almeno due volte l’anno in occasione della sostituzione e creazione di una nuova guarnizione delle caldaie». Per la Suprema Corte il verdetto di appello «non ha affatto raggiunto una piena certezza circa la ricorrenza del nesso di causalità ma ha desunto dalle modalità di esecuzione delle incombenze lavorative del Cervi e dalla non occasionalità dell’esposizione all’amianto che, in base al criterio del ‘più probabile che non’, anche sulla scorta delle risultanze scientifiche e delle evidenze già note al momento dei fatti, l’esposizione per dieci anni, in ragione delle mansioni svolte e in assenza di strumenti di protezione individuale, avesse prodotto un effetto patogenico sull’insorgenza o sulla latenza della malattia, tale da far ritenere un nesso di causalità».

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