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13 marzo 1977

Nostalgia per gli imbonitori

Visita al settimanale Mercato di piazza Marconi

Annalisa Araldi

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aaraldi@publia.it

13 Marzo 2021 - 07:00

Nostalgia per gli imbonitori

C’erano una volta gli imbonitori. Classificare questi irripetibili personaggi non è facile: l’ortodossia filologica li pone infatti sullo stesso piano dei ciarlatani, cioè di coloro che mostrano lucciole per lanterne e che tendono all’imbroglio. Però l’accostamento è ingiusto ed improprio. I veri imbonitori costituiscono infatti uno spettacolo.

Alcuni possedevano l’arte dell’improvvisazione ed altri si affidavano ad un collaudato canovaccio; la recitazione si impaginava sempre su un fondale mimico, sapido e croccante come il pane fatto in casa, con una sedia come palcoscenico e con una «pubblica piazza» come platea. Il siparietto era talvolta prevedibile ed obbligatoriamente interessato, ma sempre gustoso e zampillante.

Abbiamo usato i verbi all’imperfetto perché, purtroppo, gli imbonitori appartengono al passato di cui rappresentano una delle più godibili pagine di colore. Ne esiste ancora qualche rarissimo esemplare, la cui apparizione — in un mercato oppure in una fiera — costituisce motivo di richiamo: è il caso del milanese che, ogni mercoledì, si attenda in piazza Marconi con il suo repertorio di scatolette e di barattoli e che delizia l’inclita ed il pubblico con un vivacissimo monologo in cui fermentano estro, fantasia e creatività. La scenetta punta inevitabilmente sui borsellini delle massaie — gli affari sono affari, perbacco! —, tuttavia nel nostro uomo non mancano il gusto dell’interpretazione e la pastosità quasi musicale del linguaggio. Se è l’ultimo degli imbonitori, l’eredità dell’intera categoria è finita in buone mani.

Un tempo questi personaggi costituivano una regola ricorrente, ma le loro apparizioni avvenivano anche all’improvviso e sfruttavano le opportunità più impensate.

Attualmente il mercato sembra condizionato dal perbenismo: le signore si tuffano nei corridoi, tra le opposte file di bancarelle, ma si comportano come fossero in una «boutique» e gli ambulanti si sono adeguati, cosicchè manca il sapore ambientale degli Anni Cinquanta.

Nell'epoca d'oro degli imbonitori, la clientela bisognava conquistarla con le corde vocali, sbracciandosi, mimando e, magari, snoccolando.

Vicino al Consorzio Agrario posteggiava abitualmente un tizio che vendeva sciarpe di lana dei colori dell’iride in qualsiasi stagione dell’anno. L’uomo manipolava i suoi manufatti con ampi gesti di cerimonia sacrale e svettava su un baldacchino, ricavato nella fiancata di un carro. Era solito raccontare alle massaie le avventure dei paladini carolingi, desumendole dai narratori della nativa ed amatissima Sicilia.

Era magro come un chiodo e grigio come un muro, ma godeva le simpatie generali, cosicchè le massaie tornavano il mercoledì successivo per apprendere il «seguito» delle sue rocambolesche vicende. Nell’avamporto ancheggiava la moglie, piccola e grassottella, nativa di Aosta. La donna rispondeva ai cenni del suo uomo, incartava le sciarpe «arc-en-ciel», incassava e porgeva il resto, ringraziando con una voce che sembrava un cinguettio.

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