Cerca

Eventi

Tutti gli appuntamenti

Eventi

3 MINUTI 1 LIBRO

Una vita rovinata «per una fetta di mela secca»

Begoña Feijoo Fariña, nata in Galizia e trasferitasi in Svizzera, racconta l'orrore di uno Stato che per 40 anni ha strappato bambini e bambine alle famiglie per "ri-educarli" in istituti paragonabili a carceri

Paolo Gualandris

Email:

pgualandris@laprovinciacr.it

18 Maggio 2022 - 05:10

CREMONA - Le chiamavano «misure coercitive a scopo assistenziale» (che già in sé, come definizione, è foriera di sviluppi orribili), in realtà erano sequestri di Stato di bambine e bambini strappati alle loro famiglie, mandati in istituzioni che alle carceri non avevano nulla da invidiare. Gestite da suore, vi venivano consumate violenze inaudite ai danni degli «orfani» per forza, che spesso prevedevano anche la sterilizzazione, perché se son dissociati da bambini, non meritano certo di poter essere degli adulti prolifici, il ragionamento sotteso. Tutto questo è accaduto per quarant’anni nella «felice» Svizzera, dove tutti sapevano, ma si voltavano dall’altra parte mentre decine di migliaia di bambini venivano distrutti così. 

 

Begoña Feijoo Fariña nata in Galizia e trasferitasi in Svizzera, racconta questo orrore nel romanzo «Per una fetta di mela secca», opera dura nei contenuti, ma non priva di delicatezza e poesia perché «questa è stata  la vera sfida: rendere questa storia dura comunque ‘bella’ da leggere, perché con un po’ di delicatezza sarebbe stato più facile farla conoscere, farla ‘digerire’», come spiega lei stessa. La storia è quella di Lidia, bambina «rapita» perché aveva rubato a un compagno una fetta di mela secca (tanto bastava per venire considerati reietti dalla società «civile»!), e l’autrice la racconta nella videointervista per la rubrica «Tre minuti un libro», curata da Paolo Gualandris, in rete da oggi sul sito www.laprovinciacr.it.

La bella Svizzera  tra gli anni ’40 e ’80 del secolo scorso rischiò di  essere un grande carcere, dunque. «Esattamente questo è successo. C’era la prassi per cui i figli di famiglie povere, quasi sempre di coppie separate o divorziate, o bambini e ragazzi con problemi comportamentali venivano chiusi in istituti per rieducarli, almeno questa era la loro idea, alla giusta vita nella società svizzera o dati in custodia in adozione, senza il consenso dei genitori, ad altre famiglie. E questo ha portato spesso ad abusi fisici e sessuali». La protagonista è Lidia Scettrini, nome e storia di fantasia utilizzati per raccontare quella che è stata l’esperienza di molti. In seguito alla separazione  dei genitori, resta a vivere con la madre. Stanca delle prese in giro  di alcuni compagni, un giorno ruba una merenda. Una fetta di mela secca, appunto. Accusata dai genitori del bambino, e a causa della povertà in cui lei e la madre vivono, viene mandata in istituto, dove subirà maltrattamenti da parte di alcune suore e sarà poi data in affidamento a un contadino che abuserà di lei. 

articlepreview id="384200" link="https://www.laprovinciacr.it/video/cultura-e-spettacoli/384200/3-minuti-1-libro-roberto-livi-presenta-solo-una-canzone.html"]

Lidia, ormai diciannovenne, può finalmente liberarsi dall’orrore di quella vita e tornare al suo paese  per rifarsi una vita cercando di tenere a bada il dolore dei ricordi. Una storia tipo, narrata in prima persona: è solo fantasia letteraria? «Ho fatto ricerche, parlato con vittime di questa situazione, sentito testimonianze, letto libri scritti da alcune dei loro - ricorda la scrittrice -. E da tutte queste informazioni ho creato questa storia che in alcuni punti richiama delle vicende reali, in altri c’è un po’ di fantasia, ma fondamentalmente è quello che è successo». Ma davvero si poteva essere internati per aver rubacchiato una fetta di mela? «Evidentemente sì. Questo in realtà è un elemento che io ho creato perché volevo sottolineare che la causa scatenante potesse essere davvero  insignificante. Chiaramente era un pretesto, perché in realtà la problematica è molto più vasta. Il furto del pezzo di mela secca diventa per le istituzioni il pretesto per dire: ma allora è vero che questa bambina non era educata bene e dobbiamo qualche modo prendercene cura noi».

L’istituto dove Lidia è stata reclusa innanzitutto si fondava sull’abuso di potere, le ragazze venivano educate a credere di non essere state desiderate a casa loro, di essere ‘sbagliate’, di dover essere purificate sulla strada di Dio per diventare buone cittadine. Per far questo si passava dalle botte, al mangiare poco, al vivere al gelo. «Ricordiamoci - spiega ancora Feijoo Fariña -, che  si trattava di bambini piccoli, spesso addirittura neonati, quindi bisognosi di accudimento. Ebbene:  venivano spesso abbandonati negli stanzoni senza la cura e l’amore di cui un bambino necessita anche per imparare a interfacciarsi con l’altro, a imparare l’amore verso l’altro. In realtà venivano educati in un clima di competizione e diffidenza l’uno verso l’altro; potevano essere picchiate per la minima mancanza, come una posata caduta di mano o non aver fatto bene il letto o la fila ordinata quando c’era da lavare le stoviglie. Insomma, veniva castrata la loro infanzia».

A un certo punto la Svizzera fa un esame di coscienza, il governo decide di mettere fine a questa orrenda pratica aprendo a un contributo economico alle vittime. Ci sono due aspetti che vengono raccontati nella maturità della nostra protagonista: quello del perdono e quello del valore economico assegnato al massacro personale subito. «Sono aspetti fondamentali per lo sviluppo di una serenità interiore. Il perdono è un aspetto sul quale ho riflettuto molto a lungo, e con me lo ha fatto anche Lidia, che scopre cose lungo il suo percorso. Sappiamo tutti che il perdono aiuta più chi lo concede che chi lo riceve. Lidia ha una evoluzione che la porta in qualche modo a perdonare, ma non a dimenticare. Ho avuto occasione di conoscere chi non ha mai perdonato e nel mio rapporto con queste persone mi sono detta: sarebbe meglio che si perdonasse, poi mi sono un po’ vista costretta a cambiare idea e decidere di concedere loro almeno la libertà di non perdonare».

Il contributo di solidarietà, chiamato proprio così perché non poteva essere chiamato risarcimento, è offensivo: «Lascio ai lettori la sorpresa sull’importo, ma era veramente indegno anche solo per risarcire un anno di vita. Una nuova offesa per le vittime: renderlo così irrisorio ha avuto il significato di sminuire la propria colpa istituzionale. Però è certamente disumanizzante e vergognoso». Una nuova umiliazione.

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su La Provincia

Caratteri rimanenti: 400