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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Le spese militari e le capriole di Conte

Per disinnescare la bomba che rischiava di esplodere fra le mani di Mario Draghi è dovuto intervenire addirittura il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. La miccia era stata accesa dall’ex premier

Marco Bencivenga

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mbencivenga@laprovinciacr.it

03 Aprile 2022 - 05:30

Le spese militari e le capriole di Conte

Il voto di fiducia sul decreto Ucraina espresso giovedì dal Senato ha permesso all’Italia di centrare due fondamentali obiettivi in un colpo solo: tenere fede agli impegni assunti a livello internazionale in materia di spese militari ed evitare la figuraccia planetaria che avrebbe provocato una crisi di Governo nel pieno di un conflitto “locale” che rischia di innescare la Terza Guerra Mondiale. Per disinnescare la bomba che rischiava di esplodere fra le mani di Mario Draghi è dovuto intervenire addirittura il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. La miccia era stata accesa dall’ex premier Giuseppe Conte, ideologicamente contrario all’aumento delle spese militari, a prescindere da ogni necessità e contingenza planetaria. Posizione legittima, non fosse che lo stesso Conte, quand’era a Palazzo Chigi, aveva aumentato il bilancio della Difesa da quasi 21 miliardi annui a 24 miliardi e mezzo… Perché prima si poteva fare e oggi, in pieno contesto di guerra, no? La riposta è facile, dove sta l’inganno è noto: il Movimento 5 Stelle, come sempre, recita due ruoli in commedia, vuole essere allo stesso tempo maggioranza e opposizione, forza di lotta e di governo, conservatore nelle segrete stanze e rivoluzionario in piazza. La dialettica interna sarà pure il bello di un movimento - la sua vera essenza, rispetto alla forma partito - ma il M5S dietro all’ipocrisia dell’”uno vale uno” non ha mai brillato per democrazia interna e, soprattutto, è chiaro che qualcosa non funziona se la posizione del presidente Cinque Stelle è stata dichiarata “inaccettabile” dal ministro degli Esteri che appartiene alla sua stessa forza politica.

Secondo Luigi Di Maio il M5S “deve saper rispettare gli impegni assunti dal Governo che sostiene, in linea con la collocazione dell’Italia all’interno della Nato” e lo deve fare per una questione di serietà, oltre che “per non apparire quello che non siamo”, ovvero un popolo che affida la sua difesa all’Alleanza Atlantica, ma nel frattempo ammicca ai russi e ai cinesi perché conveniente dal punto di vista economico. La distonia Conte-Di Maio è evidente, ma sarebbe affar loro, una questione di leadership interna, se non rischiasse di diventare un problema nazionale. Soprattutto, se la demagogia grillina (ma anche della componente più estrema del pacifismo cattolico e di una certa sinistra da sempre ostile alla Nato) non contrapponesse le spese per la difesa agli investimenti nella sanità, nella scuola o nei sussidi di disoccupazione, confondendo i piani in maniera strumentale e disonesta. La verità è che si tratta di partite diverse. Semmai, si potrebbe eccepire sul fatto di ritrovarsi sempre in rincorsa: due anni fa ci si è accorti di aver sbagliato a tagliare gli investimenti in sanità solo quando il Covid è entrato nelle nostre case, domani (speriamo non debba mai succedere, ma non lo si può escludere!) potremmo doverci pentire di non aver investito abbastanza in uomini e tecnologie militari.

L’Italia - è vero - ripudia la guerra, tanto da scriverlo a lettere cubitali nella Costituzione, ma il fatidico Articolo 11 precisa subito che il riferimento è alla guerra “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, non certo come strumento di difesa dell’indipendenza e dei confini nazionali. Non a caso la parola “guerra” non è bandita dalla sacra carta costituzionale: al contrario, ben due articoli, il 78 e l’87, affrontano il tema, assegnando alle Camere il compito di “deliberare lo stato di guerra”, quando e se necessario, e attribuiscono al Presidente della Repubblica il comando supremo delle forze armate e il compito di “dichiarare lo stato di guerra deliberato dalle Camere”. Quale fosse lo spirito dei padri costituenti in materia lo dice la storia. “C’è un sistema assolutamente sicuro, direi matematico, di non far scoppiare la guerra ed è quello di non resistere all’aggressore”, sottolineò alla fine della Seconda Guerra Mondiale Lodovico Benvenuti, il sottosegretario agli esteri del Governo Einaudi ben noto in provincia di Cremona, tanto che a Crema gli è stata intitolata una piazza. “Io mi auguro che il nostro Paese non debba mai trovarsi nella tragica condizione di dover scegliere fra la resa e la capitolazione, ma se mai questa scelta dovesse porsi, il Governo dovrà assumersi la responsabilità di resistere, mai quella di trattare o di capitolare”, ammonì Benvenuti all’Assemblea Costituente, invocando l’approvazione di “una precisa norma costituzionale che tolga al governo ogni dubbio sul suo unico dovere”. Così nacquero gli articoli 78 e 87 della Costituzione e il sistema Difesa che ancor oggi poggia su circa 170 mila militari di professione (più 20 mila civili) e destina una parte del bilancio statale al pagamento dei loro stipendi, al loro quotidiano addestramento e all’acquisto di armamenti adeguati (mitragliatrici e puntatori laser, ma anche aerei supersonici, navi e carri armati di ultima generazione).

Studiare il passato spesso aiuta a capire il presente, per non ripetere gli stessi errori. “No alla guerra, sì alla pace” è la regola aurea, il manifesto che, non a caso, ogni giorno pubblichiamo in prima pagina dall’inizio della crisi ucraina, subito sotto la testata de La Provincia. Ma da qui a dire “prego si accomodi” a chi invade i confini altrui con le bombe, ne passa. E quanto ne passa…

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