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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Le verità scomode e gli alibi di comodo

Govoni e Thuram: entrambi hanno scritto un libro che prova a leggere la realtà “al contrario”, ribaltando il punto di vista di chi la osserva. Ma tutt’altro è deformare la realtà e inventare scuse per giustificare l’ingiustificabile come fa Putin

Marco Bencivenga

Email:

mbencivenga@laprovinciacr.it

10 Aprile 2022 - 05:25

I punti di vista e i confini del torto

Uno è nato a Cremona, l’altro in un villaggio sull’isola di Guadalupa, l’ex colonia francese che si affaccia sul mar dei Caraibi. Il primo, Nicolò Govoni, ha fondato un’organizzazione internazionale di volontariato (Still I Rise) e dedica la sua vita ai bambini più poveri del mondo; il secondo, Lilian Thuram, è stato un calciatore di successo (nel Parma, nella Juve, nel Barcellona), si è laureato campione del mondo con la Nazionale francese e da quando ha smesso di giocare gira il mondo per combattere il razzismo. Cosa lega due personaggi in apparenza così distanti? La risposta è semplice: entrambi hanno scritto un libro che prova a leggere la realtà “al contrario”, non nella sua essenza, ma ribaltando il punto di vista di chi la osserva. In “Fortuna” Govoni affronta il tema spinoso dell’immigrazione immaginando che siano gli Europei a cercare rifugio in Africa per fuggire a una tremenda carestia, anziché gli Africani ad attraversare il Mediterraneo sui gommoni della disperazione. In “Pensiero bianco” - come è intitolato il suo libro - Thuram spiega il razzismo puntando l’indice su chi ne trae vantaggio anziché limitarsi a compatire chi ne è vittima (comunque un bel passo in avanti rispetto al pregiudizio di chi considera la “normalità” essere bianchi, anche se i bianchi in realtà sono solo il 16% della popolazione mondiale).

Per illustrare ancor meglio il suo pensiero Thuram - nei giorni scorsi a Cremona, ospite della nostra redazione, del Porte Aperte Festival e dell’istituto Torriani - ha provocatoriamente chiesto ai suoi interlocutori se sapessero chi era Cristoforo Colombo. All’ovvìa risposta (“L’esploratore che ha scoperto l’America”) ha replicato spiazzando tutti: “Secondo voi, quelli che erano in spiaggia quando Colombo arrivò con la sua nave, pensavano che fosse lo ‘scopritore’ dell’America? L’errore è far prevalere sempre un solo punto di vista”. L’obiezione è fondata e in questi giorni può legittimamente essere applicata anche alla crisi ucraina. Non tanto per stabilire la verità sul massacro di Bucha (“Una messinscena” per i negazionisti; un evidente crimine contro l’umanità per gli osservatori più attenti, immagini satellitari alla mano): la questione è più complessa e riguarda l’origine del conflitto. Nessuna indulgenza verso Vladimir Putin, ovviamente, ma seguendo il “metodo Govoni” e il “metodo Thuram” bisogna ammettere che il progressivo allargamento della Nato verso est possa essere apparso una minaccia agli occhi del presidente russo al pari del mancato rispetto degli accordi di Minsk del 2014 a difesa della minoranza russa nel Donbass, la regione ricca di miniere e di acciaierie che comprende le repubbliche separatiste del Donetsk e del Lugansk (ufficialmente riconosciute da Mosca, non invece dall’Onu e dall’Ue).

Cambiare il punto di vista è un esercizio virtuoso perché, a volte, aiuta a capire le ragioni degli altri. Ed è evidente che nel gioco a tre fra Ucraina, Russia e comunità internazionale non tutto ha funzionato alla perfezione. Attenzione, però: il confine è sottile. Il principio vale solo finché il confronto resta nei limiti della dialettica. Quando si muovono i carri armati, - si spara ai civili e si lanciano missili contro scuole, teatri e ospedali - le ragioni finiscono e si passa istantaneamente dalla parte del torto. Perché un conto è cambiare prospettiva, tutt’altro deformare la realtà e inventare scuse per giustificare l’ingiustificabile, come sta facendo Putin. Su questo principio assoluto anche due campioni della verità “alternativa” come Govoni e Thuram saranno senz’altro d’accordo.

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