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#DIRITTODICRITICA: «Il Giardino dei Ciliegi», le recensioni degli studenti

Nuovo appuntamento con la stagione 'Cibo per mente anima cuore corpo' del Ponchielli

La Provincia Redazione

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24 Maggio 2022 - 10:19

#DIRITTODICRITICA: «Il Giardino dei Ciliegi», le recensioni degli studenti

CREMONA - Nuovo appuntamento con Diritto di critica, l'iniziativa organizzata dal giornale La Provincia e da Fondazione Teatro Amilcare Ponchielli, che offre agli studenti delle scuole cremonesi la possibilità di esprimere il loro giudizio motivato e argomentato sugli spettacoli in cartellone al Ponchielli. Si prosegue con «Il Giardino dei Ciliegi»: leggi le recensioni qui sotto.

 

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DE CARO ALESSIO - 5 EINAUDI

Giovedì 19 Maggio è andato in scena “Il giardino dei ciliegi” di Anton Pavolovic Cechov. Alessandro Serra che ha lavorato alla regia, drammaturgia, scene, luci e costumi dello spettacolo non riesce a convincere per tutta la durata di 115 minuti. La storia di questa famiglia che deve vendere il proprio giardino per colpa dei debiti è una critica al materialismo borghese e al conseguente menefreghismo nei confronti dei poveri lavoratori sfruttati. Lo spettacolo si apre con un palco pieno e buio; solo la fioca luce di una candela illumina la scena che prosegue con la presentazione dei protagonisti e del dramma: il giardino di ciliegi deve essere venduto dalla famiglia per permettere loro di pagare l’ipoteca. La storia è un susseguirsi di dialoghi tra i membri della famiglia con continui cambi di scena, introdotti da una danzatrice di dubbie capacità tecniche, che confondono lo spettatore, il quale, non riuscendo a definire gli spazi e i personaggi, non trova punti di riferimento e si smarrisce in una storia che, per la sua semplicità, dovrebbe essere di facile fruizione. I dialoghi, a tratti banali, non ci permettono di entrare in empatia con i protagonisti che risultano frivoli. I luoghi non pervengono e la comicità, non essendo ricercata, si perde in stereotipi, come ad esempio il vecchietto che non capisce nulla. C’è da dire, però, che gli effetti con le luci e le ombre che vengono proiettate sulla parete di fondo e sulle due laterali sono molto belli e le scene a luminosità ridotta risultano davvero suggestive. Gli attori recitano bene e, vestiti in modo ottocentesco, riescono a ricreare l'ambiente di quel tempo in modo realistico facendoci vivere un clima familiare tra litigi, malumori, risate e amore. Proprio questo ambiente diventa il messaggio: i luoghi dove cresciamo e viviamo con chi è più caro a noi resteranno per sempre nel nostro cuore, si crea un legame con essi e staccarsene diventa difficile. Nel finale la famiglia, che ha venduto il giardino, si disgrega facendo cadere il "nido famigliare".

GHISOLFI GIOVANNI  - 3 LICEO SCIENTIFICO G. ASELLI        

È andato in scena nella serata del 20 maggio del corrente anno lo spettacolo intitolato “il giardino dei ciliegi" di Anton Čechov rielaborato da Alessandro Serra, già acclamato regista con il successo di “Macbettu”. Uno spettacolo costituito da una serie di atti per la totale durata di 115 minuti è ciò che il regista italiano ha deciso di portare al teatro Ponchielli di Cremona, riuscendo a conquistarne il pubblico. Nonostante le peculiarità che l’opera di Čechov presentava, dall'apparente lunga durata alla mancanza di una vera e propria trama, Serra è stato infatti in grado di presentare un lavoro che colpisse a fondo le emozioni dell’osservatore, principalmente mediante l’introspezione psicologica degli innumerevoli personaggi contemporaneamente in scena insieme alla storia di questo meraviglioso giardino dei ciliegi, destinato ad essere distrutto, a cui anche il più duro degli spettatori si è affezionato. Un effettivo salto nel passato, dalla scenografia, seppur essenziale, ai costumi, perfettamente coerenti all’epoca, lo spettatore non ha potuto fare altro che immergersi in questa atmosfera, nella quale di volta in volta venivano presentati diversi momenti di vita, intervallati da canti, filastrocche, musica ecc…, e vivere per una serata in quella Russia di inizio novecento. Empatizzare con ciascuno dei personaggi era inevitabile, soprattutto con la madre, Duniaša, interpretata da una splendida Arianna Aloi, le cui tragiche peripezie hanno fatto sì che divenisse il personaggio più memorabile, ma subito dopo di lei la figlia Anja, per poi finire con il fedele maggiordomo Firs, particolarmente interessante per il ruolo sociale che rappresenta, ma nel suo complesso tutto l’opera è uno spaccato dell’alta borghesia russa di quel tempo. Insomma, uno spettacolo certamente fuori dall’ordinario, d’altronde come lo è ogni altro prodotto teatrale, e come tale ritengo che questo lavoro di Čechov-Serra meriti di essere assistito da chiunque, non soltanto agli appassionati.

MORETTI CHIARA – 2 LICEO SCIENTIFICO ASELLI

“Il giardino dei ciliegi" di Anton Cechov è un'opera, messa in scena il 19 maggio al teatro Ponchielli, che canta l’evoluzione della vita di personaggi “ciechi”, ignari dello scorrere inesorabile del tempo. Uomini e donne che hanno stipulato un legame indissolubile con il giardino dei ciliegi, teatro dell’infanzia e primario costituente dei loro ricordi. L'opera, diretta dal versatile regista Alessandro Serra, ambientata al tramonto dell'aristocrazia russa del XIX secolo, narra dello sviluppo delle vite dei componenti di una famiglia, i quali, finalmente tornati alla casa d'infanzia, sono costretti a destreggiarsi tra i debiti che allontanano il miraggio di vedere una nuova fioritura del giardino. I contorni del rango sociale diventano progressivamente sfocati, i personaggi sono accomunati dalla tendenza alla fuga per sottrarsi al dolore e alle delusioni. Il sipario si apre su una scena nella quale gli attori, ancora dormienti, si dividono il palco coniugando all’esaltazione della singola figura quella della sinergia dell'insieme. L’inizio e la conclusione sono strettamente legati da un vincolo di continuità che i ricordi delineano e risultano complementari anche grazie alla comune ambientazione: la stanza dei bambini, il luogo che detiene le memorie degli eterni giovani invecchiati. Nel complesso il cast si rivela piuttosto eterogeneo, sia dal punto di vista della recitazione sia per l'approccio con il pubblico. Questo rappresenta un vantaggio per uno sviluppo sempre nuovo e accattivante dello spettacolo, eccetto per alcuni momenti nei quali emerge un'eccessiva forzatura del lato comico che appare, a tratti, stancante. La scenografia assume un duplice significato: quello di mero attrezzo di scena e quello di allegoria di fanciullezza: la scelta degli oggetti misura bambino risulta pertanto molto azzeccata. Sebbene non spicchino per originalità, i costumi assolvono al loro ruolo senza destare nell'occhio grazie alla predilezione per tonalità tenui. L’alternarsi di silenzi e di esplosioni di armonia sinfonica ravviva l’attenzione degli spettatori sottolineando i momenti di maggior spessore narrativo in una maniera sottile, ma tangibile. È un’opera che sussurra allo spettatore, senza essere invadente, lo invita ad accettare il cambiamento per apprezzare ciò che mai nemmeno il tempo oserà mutare: le nostre radici, o meglio il giardino dei ciliegi. 

 

REBECCHI LUIGI FRANCESCO - 2 LICEO SCIENTIFICO

Perché gli adulti non possono tornare bambini? La risposta è stata trovata da Čechov, autore de “il giardino dei ciliegi”, opera presentata al teatro Ponchielli di Cremona il 19 Maggio, regia di Alessandro Serra. Perché non possiedono un giardino dei ciliegi? Un luogo al di fuori da qualsiasi giudizio, nel quale, appesi su ogni albero, si trovano i saporiti ricordi dell’infanzia? La trama si incentra sulla vendita di questa proprietà: i padroni non sono pronti a dire addio al giardino ma sono in bancarotta. Una soluzione viene presentata dal ricco Lopachin, ma viene presto rifiutata in quanto avrebbe portato all’abbattimento dei tronchi, quindi alla caduta delle ciliegie dei ricordi. Sarà però Lopachin a comprare il terreno all’asta, quindi poi ad attuare il suo piano. Da quel momento i personaggi, vestiti in nero per il lutto della perdita della parte bambina della loro anima, diventano più seri e lo spettacolo, basato prima su un gioco di serietà/divertimento e silenzio/rumore, ora si appiattisce. I personaggi non sono pronti ad abbandonare il loro lato infantile, manifestando anche sentimenti al di fuori del carattere di un adulto. In varie occasioni vengono schiacciati davanti ai ricordi, diventando dei veri e propri bambini agitati ed euforici. Questo mette a disagio lo spettatore, che non è in grado di associare certe azioni ad un adulto, se non in concomitanza di un manicomio. Questi pregiudizi dimostrano che nessuno possiede veramente un giardino dei ciliegi. I personaggi sono delle marionette davanti ai magici alberi, da loro vengono comandati attraverso coreografie, nelle quali vengono espresse tutte le sfumature del loro carattere grazie ad un geniale utilizzo delle ombre sullo sfondo, e da fermo immagini, dove il tempo si blocca, insieme agli attori, al cospetto del passato. Come ciliegina sulla torta di ciliegie, l’utilizzo del sigaro e il lancio in aria di un antico profumo permette anche al senso olfattivo di partecipare con rammarico e sollievo ai ricordi.

RIBOLDI ALESSIA – 3 LICEO SCIENTIFICO ASELLI

Giovedì 19 maggio al teatro Ponchielli di Cremona è stata messa in scena, dal regista Alessandro Serra, la commedia dal titolo “Il giardino dei ciliegi”, scritta nei primi anni del 900 da Čechov. La storia è ambientata dopo il 1861 e racconta la storia di Ljubov, una nobildonna russa che ritorna, dopo alcuni anni trascorsi all’estero, nella tenuta di campagna dove ha trascorso l’infanzia. La tenuta, circondata da un giardino coronato da molti alberi di ciliegio, deve essere messa all’asta per pagare tutti i debiti della donna, che si sono accumulati nel corso degli anni. La storia della protagonista si intreccia con il racconto delle vicende dei famigliari e della servitù che lavora nella tenuta; lo sviluppo delle diverse storie dei personaggi è stato arricchito grazie a particolari giochi di luce e effetti sonori, oltre che a una scenografia minimalista, in modo che l'attenzione del pubblico fosse focalizzata esclusivamente sullo sviluppo della storia. Čechov con questa opera vuole tracciare un quadro della società russa di metà ottocento, e in particolar modo rappresentare il declino dell’aristocrazia, simboleggiato dalla vendita del giardino dei ciliegi, e l’ascesa invece delle nuova classe sociale della borghesia. I proprietari della tenuta, infatti, appaiono fin da subito più interessati a mantenere uno stile di vita agiato, e quindi continuano ad indebitarsi, piuttosto che cercare di tutelare la tenuta a cui ognuno di loro era particolarmente legato fin dall’infanzia. Significativa è la scena conclusiva della commedia, in cui si iniziano i lavori per abbattere gli alberi di ciliegio al fine di iniziare i lavori edili, metafora del fallimento della famiglia e della decadenza dell’aristocrazia. La commedia di Čechov si configura quindi come una satira nei confronti dell’aristocrazia russa, che è più interessata ad ostentare e a conservare la propria ricchezza, piuttosto che a tutelare i propri beni e in particolar modo la tenuta di campagna, luogo intrinseco di ricordi per tutti i personaggi.

RIBOLI GRETA - 3 LICEO SCIENTIFICO ASELLI

Il “Giardino dei ciliegi” è teatro nella sua forma più pura, in cui la recitazione e l’espressività sono al centro di tutto. Un po’ commedia, ma anche un po’ tragedia, Cechov, come solo i russi sanno fare, riesce a unire una dimensione onirica e felice, nella quale si cerca spesso di trovare rifugio, con la cruda realtà della società russa del tempo. Grazie alla regia di Alessandro Serra, la compagnia Orsini è riuscita a portare al Ponchielli un pezzo della Russia del ‘900, senza stravolgerne l’essenza, ma attenendosi comunque alla peculiare narrazione che ne dà l’autore. L’unico sfondo della vicenda è una stanza dove la famiglia si rincontra al ritorno da un viaggio a Parigi, la cosiddetta stanza dei bambini che ritrova i suoi inquilini, dei bambini invecchiati, sciupati, vissuti, ma in fondo pur sempre bambini. Iniziano così i singoli racconti dei personaggi, legati insieme non tanto dal sangue, ma dall’amore per il giardino della loro storica proprietà, rievocazione dei tempi lieti ormai lontani, composto da ciliegi che fioriscono anche nelle intemperie. Assistiamo quindi alla storia della madre e della figlia, della governante e del servitore, un intreccio di volti e di relazioni, il tutto avvolto da un iniziale alone di serenità quasi anormale, che infatti crolla in un istante nel momento in cui il giardino viene messo all’asta per debiti. Nonostante ciò la famiglia continua a vivere nel diniego, in una sorta di spensieratezza forzata, un voler rimanere ciechi davanti all’evidenza rifiutandosi di prendere una decisione. Lo spettatore rimane inerme di fronte a quella che molti definirebbero stoltezza, ma che altro non è che il rifugiarsi in una sorta di spensieratezza quasi fanciullesca, che permane ignara della caducità delle cose. Questo fino a quando, inevitabilmente, la dura realtà viene loro sbattuta in faccia; i loro possedimenti sono stati venduti a chi meno se lo aspettavano. Ecco quindi che i bambini, dinanzi alle difficoltà sono costretti a crescere, non è più il momento dei giochi e delle risa. Questa rappresentazione data dall’autore rimanda a una denuncia dell’atteggiamento dell’aristocrazia che, chiusa in una bolla di sfarzo e ostentazione, vive in un felice rifiuto della società che fuori cambia e si evolve. Soggetto della denuncia è anche la borghesia emergente, che, per contro, guidata dalla logica e dal guadagno non riesce più a rimanere legata a qualcosa che non possa essere percepito come utile dal concreto materialismo. Attraverso una stanza dall’arredamento essenziale e una trama velata che lasciano pieno spazio ai personaggi, Cechov fornisce allo spettatore un invito a sognare da bambini e rivivere i medesimi sogni da adulti, senza tuttavia perdere la concezione della realtà e smarrirsi nella loro inebriante ma illusoria dolcezza.

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