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20 ottobre

Referendum, no alla deriva disgregatrice dello Stato

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23 Ottobre 2017 - 13:00

Referendum, no alla deriva disgregatrice dello Stato

Volete che la Lombardia abbia più autonomia e possa gestire direttamente parte delle tasse che adesso vengono versate allo Stato? E’ come chiedere a un bambino se vuole bene alla mamma, osservano autorevoli esponenti dell’eterogeneo fronte del ‘no’ al referendum promosso dalla Lega Nord in Lombardia e in Veneto. E’ una domanda che la discutibile gestione delle risorse pubbliche da parte del potere centrale ha reso retorica.

Con un’abile mossa politica, alla vigilia delle elezioni regionali, il Carroccio ripropone l’irrisolta questione del rapporto tra un Settentrione efficiente e virtuoso e un Meridione corrotto e sprecone. Maroni e Zaia rilanciano un tema che coagula l’elettorato leghista, costringe Forza Italia a inseguire, crea imbarazzo nella destra statalista e divide il Pd. Quella del referendum è un’idea vincente nel merito, ma debole per una serie di motivi. Innanzi tutto la chiamata alle urne ha valore puramente consultivo e molti tra coloro che sono favorevoli alla concessione di una maggiore autonomia alle due regioni dove si vota si chiederanno se vale la pena di esprimere un parere che può servire solo per esercitare pressione sullo Stato. I tentativi di Lombardia, Piemonte e Veneto di ottenere più deleghe e più soldi da Roma sono falliti. Ci provò nel 2007 il presidente Formigoni con l’appoggio, tra gli altri, dell’allora consigliere d’opposizione Pizzetti quando primo ministro era Prodi. Alla caduta del Professore, Berlusconi e Bossi archiviarono la pratica e per quasi dieci anni non se n’è più parlato. L’ostacolo da superare non è il colore politico del governo ma la burocrazia romana, ammette Maroni.

Se è così, e non c’è motivo di dubitarne, è improbabile che si riesca a ottenere sull’onda del risultato referendario ciò che in passato è stato negato. La strada da seguire è quella maestra della conferenza Stato-Regioni, che richiede tempo, determinazione e lucidità politica. Altro elemento che gioca a sfavore della consultazione odierna è l’abbuffata referendaria promossa in passato dai radicali che ha reso indigesto questo strumento. Siamo stati chiamati a votare su tutto, dalla soppressione del ministero dell’Agricoltura alla depenalizzazione del consumo personale di droghe, dalla legalizzazione dell’aborto all’abolizione dei manicomi.
La democrazia diretta ha consentito di vincere importanti battaglie civili, tra tutte quella del divorzio, e ha permesso all’Italia di colmare vistose lacune nel confronto con i Paesi socialmente più avanzati. Ma l’abuso ha banalizzato il referendum. Ne è una conferma indiretta la prudente previsione sull’affluenza fatta dal governatore lombardo che giudica un successo la soglia del 34 per cento. Riteniamo che la votazione si possa considerare riuscita solo se vota la maggioranza degli aventi diritto. Tra l’altro in Veneto è previsto il quorum del 50 per cento. Se l’afflusso si attesta tra il 30 e il 40 per cento, chi invita a disertare le urne avrà buon gioco nel sostenere che si potevano spendere meglio i 50 milioni di euro utilizzati per far funzionare la macchina elettorale. In ogni caso Maroni intende aprire la trattativa col Governo entro Natale, dopo l’autorizzazione del consiglio regionale, e vuole ottenere prima delle elezioni le 23 deleghe dallo Stato, o parte di esse, con relative risorse. Ci sono 54 miliardi di euro che ballano, vale a dire il residuo fiscale della Lombardia che corrisponde alla differenza tra le entrate complessive e le spese sostenute.

Ogni anno il Nord dà in solidarietà al resto del Paese 100 miliardi. Se almeno parte di queste risorse venisse trattenuta sul territorio, potrebbe essere utilizzata a fini produttivi, per alleggerire la pressione fiscale sulle imprese e per favorire l’occupazione, soprattutto quella giovanile. E’ giusto che il Nord rivendichi maggiore autonomia ma l’obiettivo finale deve essere il riequilibrio tra Settentrione e Meridione attraverso l’applicazione del modello gestionale lombardo alle Regioni del Sud. La battaglia da vincere è quella dell’imposizione in tutto il Paese dei costi standard: la Sicilia deve pagare una siringa lo stesso prezzo della Lombardia, non il triplo.
Il referendum non deve essere il grimaldello per scardinare lo Stato unitario come vagheggiano i leghisti della prima ora e come teorizza l’assessore Fava. La dichiarazione sibillina di Maroni, che ha ricordato come anche la Brexit sia cominciata con un referendum consultivo, va nella direzione opposta

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