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Attenzione ai forcaioli in servizio permanente

Gigi Romani

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lromani@laprovinciadicremona.it

12 Dicembre 2017 - 05:05

Atenzione ai forcaioli in servizio permanente

In un processo di mafia un pentito cita un politico da lui aiutato in campagna elettorale nel 2013. Ripete questa affermazione in un’udienza successiva e la macchina del fango entra in azione. Ad avviarla è la curiosità, temperata da un certo scetticismo, che tali ‘sparatate’ suscitano. Ad alimentarla è lo sciacallaggio politico dei torquemada di turno e dei loro cortigiani mediatici. Il nome è quello dell’ex vicesindaco e oggi consigliere regionale Carlo Malvezzi. Il suo accusatore è tale Salvatore Muto, che a dispetto del cognome parla eccome, forse a sproposito. Dice che nel 2012 conobbe l’allora vicesindaco di Cremona nell’ambito di una manifestazione sulla Calabria, voluta da Francesco Lamanna e promossa dal boss cutrese Nicolino Grande Aracri. In quell’occasione Muto si sarebbe impegnato a sostenere alle elezioni regionali dell’anno seguente Malvezzi, che nega ogni contatto. Anche gli organizzatori della festa escludono di avere avuto rapporti con i malavitosi menzionati. Ma non c’è smentita in grado di fermare il giustiziere Danilo Toninelli, portavoce del Movimento Cinque Stelle, che prende spunto dal pericolo di infiltrazioni mafiose al nord e in particolare a Cremona per puntare su Malvezzi, il suo vero obiettivo. Dichiara che farà in modo che della questione sia interessata la commissione parlamentare antimafia. Sarà la magistratura a cercare eventuali riscontri delle dichiarazioni di Muto. Nell’attesa che la giustizia faccia il suo corso passeranno anni e intanto la macchia rimane.

Qualcuno obbietterà che oggigiorno un politico indagato o sotto processo non fa più notizia. Ma solo le vittime conoscono le conseguenze delle accuse false. Schiacciano come macigni la coscienza delle persone sino ad annientarle. Le cronache sono piene di fatti del genere, alcuni dei quali entrati nella storia. Ma la storia, si sa, non è buona maestra, quanto meno in Italia. Il caso più clamoroso è quello di Enzo Tortora, conduttore televisivo arrestato il 17 giugno 1983 dai carabinieri per traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico. Sbattuto in prima pagina, viene liberato dopo 7 mesi di detenzione, condannato a 10 anni di reclusione e definitivamente assolto dalla Corte d’appello di Napoli il 15 settembre 1986. Morirà un anno dopo. E che dire della vicenda personale di Bruno Contrada, ufficiale di polizia il cui nome fu associato ai presunti rapporti tra servizi segreti e criminalità, culminati nella strage di via d’Amelio dove morì il giudice Paolo Borsellino. Il 14 ottobre scorso il capo della Polizia Franco Gabrielli ha revocato con effetto retroattivo al 1993, data della rimozione dal servizio, il provvedimento di destituzione di Contrada, reintegrandolo come pensionato. Anche Claudio Martelli, uno dei ministri della Giustizia più impegnati contro la mafia, subì le ‘attenzioni’ dei pentiti Angelo Siino, Nino Giuffrè e Gaspare Spatuzza che con le loro insinuazioni tentarono, senza riuscirci, di delegittimarlo. Ci riuscirono invece gli infangatori del giudice Francesco Nuzzo quand’era sindaco di Castel Volturno, poi assolto con formula piena da ogni accusa. I collaboratori di giustizia o pentiti che dir si voglia hanno alle spalle un passato di omicidi, estorsioni, violenze, minacce e altri reati, commessi all’interno e al servizio della struttura malavitosa. A un certo punto, scriveva Nuzzo in un editoriale pubblicato da La Provincia nel maggio 2015, dichiarano o fingono di voler recidere i legami con le organizzazioni di appartenenza per vari motivi. In alcuni casi il loro apporto informativo è servito a debellare le organizzazioni criminali di mafia, camorra, ‘ndrangheta e sacra corona unita. Ma l’estendersi del fenomeno del pentitismo ha popolato il teatro giudiziario di personaggi squallidi che nella mutata veste attuano vendette e complotti e con il loro comportamento ostacolano l’accertamento della verità. Nuzzo ricordava il monito del filoso e giurista del passato Gaetano Filangieri: «… quando non fosse un indizio di debolezza e d’impotenza il vedere che la legge implora l’aiuto di chi l’offende, quando l’esperienza non ci avesse mostrato che il più malvagio è quello che scampa il rigore della pena, la sola ragione dovrebbe bastare per distogliere il legislatore dal ricorrere a questo rimedio». Cioè a servirsi delle delazioni o delle invenzioni dei pentiti. Facciamo nostre le conclusioni di Nuzzo: «Se molti parlamentari leggessero di più, probabilmente resisterebbero alle suggestioni del giustizialismo forcaiolo».

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