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29 Aprile

Giochi politici sulla pelle del Paese

Vittoriano Zanolli

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aaraldi@publia.it

30 Aprile 2018 - 11:55

Giochi politici sulla pelle del Paese

Palazzo Chigi a Roma, sede del Governo italiano

La trattativa per la formazione del governo ha preso una piega presumibilmente sgradita a Beppe Grillo. Ricordate quando il comico genovese e Gianroberto Casaleggio ripetevano che a Palazzo Chigi sarebbero andati solo dopo avere ottenuto la maggioranza assoluta? Il progetto politico originario escludeva alleanze e contratti. Il traguardo era il 51 per cento, che veniva perseguito con coerenza e cinismo dal gatto e dalla volpe, spregiudicati e compatti fino alla prematura morte del guru. L’umiliazione inflitta in diretta internet dalla delegazione grillina al presidente del Consiglio incaricato Pierluigi Bersani nel 2013 era in linea con l’idea ispiratrice e con gli obiettivi che i due fondatori si erano prefissati: né accordi né commistioni con l’uno e con l’altro partito. Anche la violenza verbale e gli attacchi personali all’ex Cavaliere e a Matteo Renzi erano funzionali alla demolizione di Forza Italia e del Pd nell’immaginario dei grillini e dell’ampia fascia di elettori delusi dal centrodestra e dal centrosinistra. Grillo e Casaleggio avevano intuito per tempo che i partiti tradizionali non davano più le risposte che il Paese s’aspettava e agitavano le acque sapendo che presto sarebbe arrivato il momento di gettare le reti e fare man bassa dei voti in libertà. Un movimento rivoluzionario, che rompe gli schemi e si accredita agli occhi della gente come un soggetto inedito, diverso da tutti gli altri, non recluta compagni di viaggio. Cerca di allargare la propria base e di arrivare al potere senza scendere a compromessi, senza appoggi esterni, con la forza propria e dei numeri.
Nell’estremo, disperato tentativo di delegittimare Luigi Di Maio e i suoi, Silvio Berlusconi si è azzardato a paragonarli ai nazisti. Ha usato le loro armi, che sino a ieri sono state l’attacco personale e la denigrazione, ma ha ottenuto l’effetto contrario. E’ irrealistico considerare il Movimento 5 stelle una minaccia per la democrazia. Nello show dell’altra sera a Casalmaggiore, Grillo ha accuratamente evitato di giudicare ciò che è accaduto dal 4 marzo a oggi. Se l’avesse fatto ne avremmo sentite delle belle, ma non può criticare i suoi colonnelli perché dissociarsi da loro equivarrebbe a degradarli. Lo stato maggiore grillino non ha la statura per muoversi autonomamente e per elaborare una strategia alternativa a quella dei fondatori del Movimento, che hanno dimostrato di avere il polso del Paese e un disegno che hanno attuato con freddezza luciferina. Adesso che hanno il mazzo, Di Maio e i suoi conducono maldestramente il gioco. Danno le carte a destra e a manca nell’errata convinzione che destra e sinistra siano uguali. Disorientano i loro elettori che non mettono sullo stesso piano Salvini e Renzi e che ricordano gli apprezzamenti al limite dell’ingiuria rivolti al segretario dem in campagna elettorale. E il malcontento monta in rete. Le odierne elezioni regionali friulane potrebbero rivelarsi un primo test, ancorché limitato, per stabilire se qualcosa è cambiato negli umori della gente in otto settimane. La sinistra del Pd, pur consapevole delle profonde divergenze esistenti, auspica l’apertura al dialogo con Di Maio. Dal canto suo il reggente Maurizio Martina demanda ogni decisione alla direzione del partito del 3 maggio. L’ipotesi di intesa è indigesta alle due forze politiche e suona come un tradimento per la coalizione di centrodestra, che ha vinto le elezioni. Un governo M5s-Pd avrà gambe fragili e corte e farà poca strada, ammesso che arrivi a muovere i primi passi. Insomma, mancano tutti i presupposti per dare al Paese un esecutivo in grado di lavorare. Non reggono i frequenti paragoni con la Germania che ha atteso sei mesi perché l’accordo tra cristiano democratici e socialisti desse vita a una nuova grande coalizione. C’è una differenza sostanziale tra noi e i tedeschi: loro rispettano i patti, noi no. Un governo basato su un contratto e non su una solida alleanza politica nascerebbe debole e malaticcio. Saltata l’ipotesi di intesa tra Lega e Forza Italia, se anche quella col Pd sfuma come tutto lascia presagire, non resta che un esecutivo che ci porti di nuovo al voto con una diversa legge elettorale, che dia stabilità. Sperando che nel frattempo la speculazione finanziaria internazionale non faccia a brandelli il Paese.

VITTORIANO ZANOLLI

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