Cerca

Eventi

Tutti gli appuntamenti

Eventi

15 marzo 1949

Vittorio De Sica deve a suo padre se ha oggi raggiunto la meta

Annalisa Araldi

Email:

aaraldi@publia.it

15 Marzo 2021 - 07:00

Vittorio De Sica deve a suo padre se ha oggi raggiunto la meta

Si è parlato, dopo l’ultima fatica di creatore e di regista compiuta da Vittorio De Sica, di verismo, di realismo, di neo e di surrealismo; e certo questa fioritura di concetti astratti varrà all’autore di «Ladri di biciclette»  una serie di interviste dense di pensiero e di ricerche psicologiche. Si cercherà di sapere attraverso quali intime evoluzioni il gustoso «chansonnier» di «Lodovico» e di «Dura minga», il delizioso dicitore di melodie napoletane e di trofette caricaturali, è giunto alle accorate sequenze di questo attacchino romano derubato dei suoi mezzi di lavoro.

Forse a nessuno Vittorio De Sica dirà quel che ha detto a me, nel più caro riconoscimento della nostra vecchia fraterna amicizia, in un commovente momento di sincerità, quello che, anzi, non aveva mai detto a nessuno: «Non si tratta di evoluzione: io sono sempre stato, io ho sempre pensato così. E lo debbo a mio padre».

Credo che possano capirlo tutti coloro che hanno conosciuto il buon Umberto De Sica, una figura che a Roma era diventata notissima e che non si dimentica facilmente. Da quando suo figlio aveva cominciato a recitare egli era diventato «papà» per tutti. Quando a Vittorio descrivevano gli entusiasmi paterni che si aggirava per i corridoi dei teatri alla fine delle commedie, commentava con una certa indulgenza piena d’affetto:

— Che volete farci? Mi vuole tanto bene, papà…

Umberto De Sica aveva invertito nettamente ogni consuetudine nell’educazione impartita a Vittorio: vissuto sempre nel grigiore e negli stenti di una vita impiegatizia, quando il figlio gli disse che voleva anche lui fare l’impiegato di banca, inorridì:

— Tu in banca? Ma sei pazzo? Tu devi fare l’attore!

Bisogna convenire che a «papà» non mancava il fiuto.

Spingere Vittorio sulle tavole del palcoscenico fu impresa non facile. Questo attore, la cui dote principale è o sembra una scanzonata spigliatezza, è sempre stato fondamentalmente un timido: lo è tuttora, anzi. Trovarsi in mezzo a un crocicchio di cinque o sei persone riunitesi per badar solo a lui lo terrorizza. Se di vede osservato mentre cammina, inciampa.

Il padre, dunque, lo volle attore. E quando vide coronata la sua ambizione non lo abbandonò più.

Vittorio continuava, con la Pavlova, le sue particine. E Umberto telefonava all’impresario del teatro, all’amministratore, al direttore, finchè non riusciva ad ottenere quindici, venti biglietti di favore che distribuiva a tutti gli amici. Come se non bastasse, andava al botteghino e comprava altri dieci, dodici poltrone sul cui scontrino, perché non si vedesse che erano state pagate, faceva stampigliare un «omaggio». Metà del suo magro stipendio se ne andava così ogni mese, quando De Sica recitava a Roma; ma quando poi girava per l’Italia con la compagnia, spesso «papà» gli andava appresso. I miracoli che compiva per trovare il denaro occorrente li sa solo Iddio!

E con la guida continua di un uomo profondamente buono, Vittorio imparava a conoscere a poco a poco, la vita. E si convinceva che per combattere le cattiverie di cui essa è intessuta non c’è che un’arma: la bontà. Tutto De Sica regista è nel radicarsi in lui di questa convinzione.

Mi ha raccontato Vittorio che nel 1932, in pieno gennaio — il termometro segnava 15 gradi sotto zero —recitava, con la compagnia, a Reggio Emilia; suo padre, come faceva sempre appena riusciva a raggranellare qualche soldo, era andato  trovarlo ed ora ripartiva. Affacciato ad un finestrino di terza classe, battendo i denti per il freddo in quello scompartimento non riscaldato, con l’immancabile sorriso buono sulle labbra «papà» salutava l’attore che l’aveva accompagnato alla stazione. Non era ancora celebre, ma si faceva già notare, già guadagnava 28 lire al giorno: qualche cosa diceva a «papà» che suo figlio era sulla soglia del successo, di cui avrebbe tanto gioito, lui che ve lo aveva spinto con  tutte le sue forze.

Vittorio ad un tratto si allontanò di corsa. Tornò di lì a un minuto con uno scontrino in mano. Aveva pagato la differenza di classe; voleva che suo padre viaggiasse in seconda, che non soffrisse il freddo per lui. Mentre il treno partiva lentamente, Umberto De Sica guardava suo figlio senza parlare, senza salutarlo, senza ringraziarlo. Ma il suo sorriso aveva ora qualche cosa di umido, di riconoscente, una tenerezza mai espressa così intensamente sino a quel giorno. Fu l’ultima volta che Vittorio vide suo padre.

Ma alla presentazione del film «Ladri di biciclette» mentre la folla degli invitati e dei critici gli si stringeva intorno acclamandolo, egli deve aver rivisto quel sorriso, ne sono certo.

E avrà riudito la voce di suo padre, dal bonario accento napoletano, e gli sarà sembrato che dicesse agli amici festanti:

— Eh? Avete visto? Avete visto mio figlio che bel film ha saputo fare?

E lui,  Vittorio, deve aver mormorato come tanti anni fa, con indulgenza:

— Che volete farci? Se n’è andato troppo presto: mi voleva tanto bene «papà» …

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su La Provincia

Caratteri rimanenti: 400

Prossimi Eventi

Mediagallery

Prossimi EventiScopri tutti gli eventi