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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Nel nome della madre

La recente pronuncia della Consulta sulla possibilità di dare ai figli il cognome materno avvicina di un passo la parità di genere, ma la strada delle pari opportunità è lunga e tanti ne restano ancora da fare

Marco Serra

30 Aprile 2022 - 21:04

Nel nome della madre

No, La Provincia non ha cambiato direttore! Di nuovo c’è solo il mio cognome: oggi firmo il Punto con quello di mia madre, Serra, anziché con il paterno Bencivenga che mi accompagna e identifica da sempre. Grazie all’ultima pronuncia della Corte Costituzionale presto la stessa possibilità sarà offerta per legge a ogni nuovo nato. Gli uffici Anagrafe dei Comuni non sono ancora pronti, perché per passare dai principi alla pratica servono una legge e i decreti attuativi, ma la pronuncia della Consulta ha tracciato la strada: entro pochi mesi i neo genitori non dovranno decidere soltanto con quale nome chiamare il proprio figlio o la propria figlia (Piero, Anna, Bruno, Samantha…) ma ne potranno scegliere anche il cognome.

Tre le possibili opzioni: 1) il cognome del padre, come è sempre stato finora; 2) il cognome della madre, in onore alle pari opportunità; 3) entrambi i cognomi, per sottolineare l’assoluta parità di diritti e di doveri fra mamma e papà all’interno della famiglia. La rivoluzione è stata accolta con favore dalla stragrande maggioranza degli italiani, nonostante duemila anni di tradizione patriarcale: evidentemente non è mai troppo tardi per evolversi, allineandosi ai Paesi europei nei quali la norma è già in vigore da tempo. Semmai, in prospettiva preoccupa la possibile crescita esponenziale dei doppi cognomi, che rischiano di diventare quattro alla seconda generazione e addirittura sedici dopo due! In Spagna hanno risolto il problema offrendo a ogni maggiorenne con doppio cognome la possibilità di scegliere quale dei due trasmettere ai propri figli e quale, invece, condannare all’estinzione.

Più complicato prevedere cosa succederà in caso di divorzio: oltre alla casa, alle stoviglie e agli alimenti, in futuro i genitori separati si spartiranno anche il cognome dei figli? E sarà possibile che due fratelli abbiano cognomi diversi? Dettagli. Ciò che conta non sono gli impicci, ma il principio, il segnale, la svolta. E l’indicazione della Consulta è chiarissima: mamma e papà hanno pari dignità di fronte ai figli. Dovrebbe essere la regola. Non a caso il matrimonio impone a entrambi i genitori l'obbligo di «mantenere, istruire, educare e assistere moralmente» la prole (articolo 147 del Codice Civile). Il problema è che - per quanto i nuovi padri abbiano imparato ad accudire i figli molto più dei loro genitori - nella vita reale la parità resta spesso teorica, finendo per scontrarsi con i più antichi cliché: padre «capofamiglia», madre costretta a sdoppiarsi - anzi, a triplicarsi - fra lavoro, gestione della casa e cura dei figli.

Come ha puntualmente osservato qualcuno, la vera parità fra uomo e donna sarà raggiunta solo quando a una astronauta in partenza per lo spazio saranno rivolte domande tecniche, anziché chiederle a chi affiderà i propri figli durante la missione, come è successo a Samantha Cristoforetti. O quando dai moduli per la ricerca di un nuovo lavoro sparirà la domanda riservata alle donne sull’intenzione o meno di avere figli (tema sempre d’attualità, ma ancor di più oggi, Primo Maggio, festa dei lavoratori). Tanti passi devono essere compiuti per arrivare a una vera parità di genere, ma più di tutto conta aver fatto il primo: gli altri arriveranno di conseguenza. Anche perché la Consulta non ha «suggerito» al Parlamento come scrivere la nuova legge (consiglio spesso disatteso da deputati e senatori dopo precedenti sentenze).

Più semplicemente - e senza via di fuga - la Corte ha dichiarato incostituzionali tutte le norme che vietano l’uso del cognome materno. Non ha prescritto ciò che va fatto, ma ha bandito ciò che non si può fare: discriminare. Lo ha stabilito per il futuro, ma anche per il passato: quando la legge entrerà in vigore, ogni figlio potrà rinegoziare la scelta dei suoi genitori. Come presidente della Repubblica potremmo avere Sergio Buccellato, anziché Mattarella; come presidente del Consiglio Mario Mancini, anziché Draghi; come ct della Nazionale di calcio Roberto Puolo, anziché Mancini. Un piccolo terremoto, anche se la rivoluzione sarà compiuta solo quando vedremo una donna al Quirinale, a Palazzo Chigi o sulla panchina azzurra, non uomini «ribattezzati» con il cognome della mamma.

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