Cerca

Eventi

Tutti gli appuntamenti

Eventi

3 MINUTI 1 LIBRO

Fiabe antiche dall’Africa più profonda

In "Nonno raccontami una favola" Paul Bakolo Ngoi mette nero su bianco le voci della tradizione orale del popolo Bantù

Paolo Gualandris

Email:

pgualandris@laprovinciacr.it

19 Gennaio 2022 - 05:20

CREMONA - «Mio nonno sapeva raccontare... Ogni suo pensiero, ogni sua frase, mi colpiva al punto tale da rimanere dentro di me per giorni. A volte non volevo neppure che mettesse fine ai suoi discorsi. Erano favole, ma sembravano talmente reali che quando giungeva alla fine  immancabilmente gli chiedevo non non ne hai un’altra?». A rivolgere quella domanda era un adolescente Paul Bakolo Ngoi, figlio di un diplomatico e di una sarta, seduto sulle rive del fiume Congo accanto al nonno, dal quale ha ereditato il nome e la voglia di raccontare e di  scrivere favole. Quella domanda è diventata il titolo del suo nuovo libro, «Nonno raccontami una favola».

 

Con queste storie ci porta nell’Africa più profonda,  fa salire le voci della tradizione orale del popolo Bantù. «Sì, perché questo era un po’ quello che faceva mio nonno: andava di villaggio in villaggio a raccontare e a raccontarsi. Io ho avuto la fortuna di poter essere con lui in uno dei suoi viaggi e quindi cerco un po’ di copiare quello che faceva lui… ma lui lo faceva veramente bene», si schermisce Bakolo Ngoi. Viene da chiedersi: perché quel ma? «Lui lo faceva in un contesto speciale, andava a portare quello che la gente non aveva più sentito raccontare  da tantissimo tempo ma che faceva parte del dna del pubblico. Io  lo faccio in un ambito  moderno dove arrivano un sacco di informazioni  e quindi bisogna trovare quel canale, quel gruppo di persone interessate a comprendere, a scoprire, più che altro». Ed è perfettamente riuscito a farlo, tanto che Mino Milani, grande scrittore di libri per l’infanzia,  l’ha definito  «Ambasciatore della fiaba africana».  

«Io in realtà chi sono?, si chiede Bakolo Nogoi, per rispondersi: «Io sono ancora di sicuro quel bambino che si sedeva in riva al fiume Congo, lungo l’affluente della Tshuapa, e ascoltava incantato: io sono ancora quello che, frugando nei ricordi, cerca di proporre quell’Africa che non si vede in televisione».  Un’Africa le cui storie si intitolano «Il re degli elefanti e l’esercito dei topi», «Il coccodrillo, l’uovo e la gallina», «Il leopardo arrogante e la furba tartaruga»,  «Perché la iena è piena di macchie», «La fine del regno di Ngando il coccodrillo», «L’antilope nata con la camicia»...


 

Nel libro uno dei valori che escono è che nella foresta non vince sempre il più forte. «È un valore che  tengo sempre presente -risponde lo scrittore -. Ci sono animali della foresta che non hanno la forza per esempio di un elefante, di un coccodrillo, perché non potrebbe sembrare, ma il coccodrillo è uno degli animali più forti, ma che riescono a vincere alcune gare  della vita. Per esempio in uno dei racconti dove parlo di un gruppo di elefanti con un gruppo di topi e i secondi riescono a salvare i giganti della foresta. Si immagina il topo fragile perché così piccolo, eppure riesce a realizzare  cose interessanti».  Nelle sue storie c’è una una lezione di unità, nel senso che più si è uniti e meglio si riesce a combattere le situazioni avverse e pericolose. «Questo principio casca proprio a pennello in quello che stiamo vivendo in questo momento perché più riusciamo – dico anche nella vita,  in famiglia -  più siamo uniti e più riusciamo a realizzare veramente  cose impensabili. Se invece ognuno per egoismi personali va per la sua strada, la strada non è mai lunga».

Che cosa gli  è rimasto della sua Africa?   «Vivo in Italia da 40 anni in Italia  e nonostante questo io l’Africa me la porto nel cuore, soprattutto il Congo, il calore della sua gente, le immagini dei viaggi lungo il fiume ho tantissimi ricordi: il mio essere italiano non cancella e non ha cancellato il mio essere africano. Tant’è vero che quando sono in mezzo agli italiani  tutti mi dicono ‘tu sei troppo africano’ e quando sono in mezzo agli africani tutti mi dicono il contrario: io sono l’esempio che due culture diverse possono vivere e convivere in una persona».

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su La Provincia

Caratteri rimanenti: 400