Cerca

Eventi

Tutti gli appuntamenti

Eventi

3 MINUTI 1 LIBRO

«Fame blu»: due donne, un amore estremo

Viola Di Grado, la più giovane vincitrice del Premio Campiello Opera Prima finalista dello Strega, presenta il suo ultimo romanzo intriso di riflessioni e sentimenti profondi dipinti con i colori dell'oriente

Paolo Gualandris

Email:

pgualandris@laprovinciacr.it

04 Maggio 2022 - 05:15

CREMONA - «È un libro sulla commestibilità dei sentimenti nel senso che parla di amore come di divoramento dell’altro, che è poi quanto succede nella coppia: ci si appropria dell’altra persona,  delle sue narrazioni, e l’altra persona si appropria di noi. Una simbiosi un po’ insana, in questo senso ci si mangia l’un l’altro». Se con il suo primo romanzo «Settanta acrilico trenta lana», pubblicato quando aveva 23 anni, è stata la più giovane vincitrice del Premio Campiello Opera Prima e la più giovane finalista dello Strega, oggi, la scrittrice e orientalista Viola di Grado, stupisce ancora una volta con il suo ultimo romanzo «Fame blu» nel quale, come in tutti i suoi libri, parla di amore e odio, di sentimenti, di riflessioni. E lo fa attraverso una scrittura molto intima, profonda, ma anche cruda, capace di coinvolgere il lettore. Ne parla nella videorubrica «Tre minuti un libro» curata da Paolo Gualandris, online da oggi sul sito www.laprovinciacr.it.


Torniamo indietro un passo. C’è una frase guida di questo lavoro ed è «ci piace amare perché è un sentimento commestibile esattamente come l’odio…», la premessa di tutta la storia che racconta in questo libro. Accade quasi letteralmente nello svolgimento della narrazione. «A me piace spingere la metafora fino alla sua concretizzazione reale - spiega la scrittrice -. Parte tutto da una metafora messa in campo da una delle due protagoniste, che chiede all’altra ‘mangiami, fammi sparire’. E da lì cominciano a mangiucchiarsi veramente, si offrono capelli, lembi di pelle... è la realizzazione di una metafora anche psicanalitica. Noi veniamo al mondo e siamo allattati, cioè letteralmente ci nutriamo dell’altro. Quella è la prima forma di amore che sperimentiamo».


Protagoniste sono due donne, non una coppia tradizionale. «Credo che il rapporto al femminile tenda molto più alla simbiosi, quindi si presta molto di più alla storia che volevo raccontare - afferma Di Grado -. Tra uomo e donna forse non si può arrivare fino a quel livello, credo che sia possibile, ma non è comune, di arrivare a quel livello di fusione o di desiderio di fusione, perché le due donne sono una donna doppia nel senso che una è il doppio dell’altra e quindi si crea una sorta di cassa di risonanza del bene del male». Trasferitasi da Roma a Shanghai, mentre insegna italiano ai cinesi, la protagonista incontra una ragazza enigmatica, Xu, in fuga da un passato turbolento: un padre violento, una madre evanescente, una famiglia numerosa che la voleva maschio. Accomunate da una solitudine che somiglia a una fame implacabile, le due si avvicinano sempre più l’una all’altra, divise tra il bisogno di affetto e la tentazione oscura di superare il limite oltre il quale il linguaggio si disgrega e l’eros diventa divoramento.

Tra fabbriche tessili abbandonate e mattatoi degli anni ’30 scoprono una dimensione estrema in cui mordersi, appropriarsi dell’altra, è parte essenziale del rito amoroso. «La storia poteva essere ambientata soltanto a Shanghai, nel senso che è stata proprio quella città a a crearlo in qualche modo, a generarlo, perché la vera protagonista del libro è questa dimensione onirica folle fatta di contrasti estremi è una città divorante dove le estremamente moderno ed estremamente antico convivono scontrandosi di continuo dove ogni luogo cambia continuamente identità e quindi non era l’ambientazione psichica perfetta per questa storia». La protagonista è senza nome perché secondo Di Grado «nell’amore il nome non conta in quanto ci si annulla uno l’uno nell’altro. Il blu del titolo, poi, è il colore dominante di Shanghai, dove di notte ci sono luci blu sulle cime dei grattacieli. Blu è anche il colore degli occhi del gemello della protagonista. La luce blu, quindi, è quella di Shanghai ma anche quella di questi occhi che lei continua a inseguire perché, appunto, è una protagonista senza nome in quanto la sua identità se ne andata con la morte del fratello, perché la sua identità è sempre stata un riflesso del fratello gemello e quindi deve trovarne una nuova».

La protagonista scappa   dopo la morte del gemello e siccome lui sognava di vivere proprio a Shanghai e di aprirvi un ristorante, ecco che  lei fugge in quella città. Quindi in qualche modo continua a seguire questa impronta, questo calco del fratello, appropriandosi  del suo sogno. Passa dunque  dall’ossessione per il fratello venuto a mancare all’ossessione per l’enigmatica Xu, che lei cerca di comprendere in tutti modi. Ma più la conosce e più è come se le sfuggisse. «Quindi si instaura un rapporto di potere tramite l’incontro dei corpi. E proprio qui sta  la riflessione portante  del romanzo», sottolinea Di Grado: «Sull’identità, sui linguaggi che noi scartiamo e su quelli che scegliamo nel momento in cui dobbiamo definire la nostra identità. Perché è nell’amore che succede il ridefinirsi dell’identità».

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su La Provincia

Caratteri rimanenti: 400